Zero.
È quello che ci resta.
Zero.

Il nostro fottuto mai dire basta.
Zero.

Non resta niente. 
Qualche video sul cellulare, qualche foto, qualche momento in cui mi assento col cervello – le uniche prove che rendicontano il mio passaggio sulla tua terra.
Ma il resto è Zero. 

Non ricordo niente.
Non ricordo manco il motivo di tutto questo rancore. 
Non ricordo il tuo sapore, le tue labbra o i tuoi occhi quella sera. 
Niente. Zero. 
Come il tempo passato assieme. 
Ci siamo detti tanto. 

In poco tempo. 

Tempo compresso.

Così denso. 
Ma ormai è perso. 

Tempo perso.

È Zero. 

Non è niente.
Siamo stati clementi con noi stessi. 
Anzi no…

Forse tu lo sei stata.
Io no. No.
Io sono stato perfido.
Perfido.
Perfido e spietato con me stesso. 
Ho perso la bussola. La vetta. La casa e la strada. 
E a pensarci…

Sarei andato a puttane con una strada. 
Ma Zero!
Manco quelle c’erano.

Lì, dove mi hai lasciato. 

Il Lunapark che mi avevi promesso.

Non c’era niente. 
Solo terra. 

Fame. 

Il deserto incolto di me stesso. 
Quello che non mi hai mai promesso…
Quello che avevo scorto diverso,

nel profumo riflesso dei tuoi occhi.
L’universo placa le mie gioie. 

Mentre incolpo il Karma, la pioggia ed il sole.
Ma la colpa è solo mia. 

Mia.

Colpa mia e della mia autarchia.
Restano solo i biglietti.

Quei fottuti biglietti di andata e ritorno.

Lì, sul comodino. Dove ho poggiato la mia testa. 
È già notte.

E niente è cambiato al tramonto. 
Spero domani sia diverso.

Me lo dicono spesso:

Domani è un altro giorno.
Inizia con l’alba.

Finisce col tramonto. 

E non ti ho più attorno. 
Si fotta domani.

Non è cambiato niente.
Perché da più di due mesi…
È sempre lo stesso giorno.

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